Ottobre 2008: esce per Schiaffo Edizioni il racconto illustrato spedibile Cafè Hadid. Il testo, esattamente come un filo di vapore, si annoda e si snoda attraverso i disegni dell'illustratrice Martina Merlini. In sidebar il collegamento al suo sito e a quello di Schiaffo Edizioni. Qui di seguito trovate la mia nota marginale, scritta al momento della pubblicazione.




Nota marginale a "Cafè Hadid"

Cafè Hadid, almeno sottotraccia, è un omaggio a William Burroughs. 
Non si tratta di un tributo vero e proprio ma senz'altro posso dire che scrivendo Cafè Hadid avevo in mente come il grande William Burroughs gioca sull'identità dei personaggi, sui ruoli e le categorie. Tanto che probabilmente ho proiettato alcune sue proposizioni sul racconto. Pensando alla definizione che Kerouac fornì del Naked Lunch (
«il Pasto Nudo è un attimo congelato quando ognuno vede cosa c’è sulla punta di ogni forchetta»), mi sono trovato a comporre un racconto di attesa, di congelamento del tempo, appunto. Un'attesa senza sbocchi, in cui la vita suda e trema. Nell'attesa tutto quanto appare incerto, tutto sembra sul momento di sconvolgersi e finire. Più la mente si concentra sui dettagli dell'attesa, più si perde la misura della propria identità. In realtà Cafè Hadid è una combinazione di ruoli, un racconto sulle parti che si invertono e diventano matassa da sbrogliare. In Cafè Hadid i personaggi sono anti-personaggi. Sono i resti di un enorme polpettone informativo, che distingue male e bene, che riesce a separare questi fronti ma non porta in superficie le correnti sotterranee che governano ed erodono al contempo le dinamiche economiche e sociali. L’uomo che racconta come fuori da se stesso la sua attesa (l’attesa di un certo Dodici, forse suo diretto superiore), è sospeso in una fitta ragnatela di dettagli, congetture, fatti persi nel passato. L'attesa si compie in un luogo di sosta ordinario, un caffè. Ma sappiamo poco altro. Non sappiamo quale affare leghi l'uomo e il suo diretto superiore, e non sappiamo dove siamo; un suq, si racconta, ma in quale paese? Sappiamo soltanto che Dodici arriva, alla fine. Sappiamo che un attimo dopo, al Cafè Hadid, irrompe un uomo indefinito e che il locale - in un'atmosfera che sfiora l'onirico - salta per aria. Ma non sappiamo perché questo accada, per quale ragione, conflitto, follia. E neppure se ci siano connessioni coi due uomini descritti nel racconto. E l'esplosione: è un'esplosione reale? o una ricomposizione di frammenti narrativi che finora sono stati mescolati per confondere le idee? L'inversione delle parti gioca anche sul versante religioso: ci troviamo, a quanto pare, in un paese musulmano ma Dodici e l'uomo in attesa provengono dall'occidente. Questo è ciò che viene suggerito. Chi si fa esplodere, dunque? Un estremista islamico? un occidentale folle? Siamo portati a pensare che sia musulmano, data la pratica; ma secondo quali indizi? E le ultime parole del racconto, il così sia cristiano, è detto da chi e per chi? Café Hadid racconta schegge di realtà. Spetta al lettore riunirle in ipotesi. Oppure, al contrario, lasciarsi toccare da questa palpabile attesa.